Diario politico

di Maurizio Ambrogi Caporedattore interni Tg3

  • Lasciamo perdere il tifo, la neve, Alemanno, la cricca, il magna magna…qualcuno avrà gioito per il No del governo alle Olimpiadi a Roma; qualcuno vi avrà letto invece il segno di una disfatta, il risultato di un approccio ragionieristico, la certificazione della condizione di paese depresso e rinunciatario. Quale che sia il giudizio che abbiamo sulla decisione presa dal Governo, la vera novità è nel metodo.

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  • La guerra è finita? Dopo anni di durissime contrapposizioni, fra Pdl e Pd sembra si stia riaprendo un dialogo sulle riforme istituzionali. Berlusconi lo dice addirittura apertamente, in una intervista a Libero, che sulla legge elettorale bisogna fare i conti anzitutto col Pd e che bisogna evitare una eccessiva dispersione del voto. Prefigurando una possibile intesa fra i due più grandi partiti in chiave di rafforzamento del bipolarismo, anzi del bipartitismo. Che questo scenario riesca a prendere corpo è da vedere, ma che la grande partita sulla riforma del sistema di voto sia cominciata e che sia assolutamente vitale per i due grandi partiti questo è evidente per almeno due motivi.

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  • Probabilmente sulle liberalizzazioni il governo Monti poteva fare di più. Ma probabilmente (e alla luce dei risultati non esaltanti ottenuti dai liberali immaginari che lo hanno preceduto)  poteva fare molto meno. Discussione oziosa, comunque, e viziata da un modello di valutazione politica che sembra improvvisamente invecchiato. 

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  • Dietro lo scontro in atto nella Lega fra Maroni e il cosiddetto “cerchio magico” c’è molto di più che una battaglia di potere per il controllo del partito. In qualche modo sta venendo al pettine la contraddizione di fondo di un movimento che è cresciuto vertiginosamente al Nord ed aveva cominciato a mettere piede persino in Emilia o in Toscana, e tuttavia non è riuscito a portare a termine nessuna delle battaglie per le quali aveva stretto una alleanza con Berlusconi e con il Pdl.

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  • Il primo a parlare di “governo dei tecnici” fu Bruno Visentini, trent’anni fa, in una intervista al Corriere della sera. Dopo poche settimane sarebbe nato il primo governo guidato da un non democristiano, era Giovanni Spadolini. Cominciava la crisi di un partito, la Dc, e poi di un sistema, la prima repubblica. Si potrebbe dire che anche oggi, un governo dei tecnici segnala e accompagna la crisi del partito di maggioranza relativa. O meglio, visti i tempi assai diversi, non solo la crisi di un partito, ma quella del cosiddetto “berlusconismo” inteso come vicenda senza precedenti di un protagonismo personale che impone una torsione al sistema istituzionale e al costume politico.

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  • La fine dell’estate più terribile per la politica e per l’economia italiana ci lascia con un rebus politico che appare irrisolvibile. Un presidente del Consiglio oggettivamente indebolito e screditato, abbandonato da quasi tutti i “poteri” che lo avevano sostenuto, un governo che nessuno crede abbia la forza di andare avanti fino al 2013, e tuttavia nessuna soluzione alternativa realistica. Si parla di elezioni (ormai da più di un anno) di governo tecnico, di garanzia, di transizione (anche qui inutilmente ormai da un anno) sapendo che più Berlusconi viene circondato e colpito, e meno probabile che si faccia spontaneamente da parte. Un paradosso politico frutto di un sistema esausto e snervato incapace di produrre persino la sua salvezza.

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