Diario politico

di Maurizio Ambrogi Caporedattore interni Tg3

  • Dietro lo scontro in atto nella Lega fra Maroni e il cosiddetto “cerchio magico” c’è molto di più che una battaglia di potere per il controllo del partito. In qualche modo sta venendo al pettine la contraddizione di fondo di un movimento che è cresciuto vertiginosamente al Nord ed aveva cominciato a mettere piede persino in Emilia o in Toscana, e tuttavia non è riuscito a portare a termine nessuna delle battaglie per le quali aveva stretto una alleanza con Berlusconi e con il Pdl.

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  • “Preferisco Grilli, non foss’altro perché è di Milano”: con questa argomentazione territoriale, con questa curiosa patente di identità padana, Bossi prende posizione sulla nomina del governatore della Banca d’Italia, che fra un mese dovrà succedere a Draghi. Scelta che sta diventando sempre più un affare politico, nonostante gli avvertimenti che arrivano dal Quirinale a tenere la massima istituzione economica del paese al riparo dalle lotte interne della maggioranza. Spettacolo deprimente e preoccupante quello a cui invece si assiste invece da due giorni.

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  • Nessuno è pronto a staccare la spina: questo il senso del voto di oggi su Milanese, che non riguardava l’ex braccio destro di Tremonti, ma il futuro del governo. Infatti, la stessa maggioranza che aveva “condannato” Papa (per reati assai meno gravi) salva oggi Milanese. Niente arresti per il parlamentare, accusato fra l’altro di corruzione. Decisiva la Lega, che nel caso precedente aveva affondato l’imputato (Papa), per mandare un segnale al proprio elettorato in subbuglio. Troppo rischioso riprovarci ancora: e così la Lega secessionista si allinea a Berlusconi, abbassa i toni, frena l’intemperanza, ricompatta maroniani e bossiani.

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  • Ci sono voluti 25 giorni per arrivare alla manovra (forse) definitiva. Quasi quattro settimane perse fra veti reciproci, correzioni e marce indietro che indebolivano via via un impianto iniziale già tutt’altro che convincente per i mercati. Come hanno spiegato al governo tutti i banchieri, economisti e operatori nel week end di Cernobbio. Come hanno dimostrato gli attacchi speculativi, bruciando in Borsa migliaia di miliardi degli investitori: e anche questo è un prezzo che tutti paghiamo per l’incertezza del governo.

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  • Una volta era l’asse del nord, fra Lega e Pdl, oggi un muro pieno di crepe. La discussione della manovra rischia di lasciare ferite profonde nei due partiti della maggioranza. Formigoni lo dice in modo chiaro, parla di partito in agonia e invoca l’azzeramento dei vertici da sostituire con le primarie.

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  • In tanti si augurano che la Lega torni ad essere un partito più di lotta che di governo. Non mi pare una prospettiva molto rassicurante, a sentire gli umori veri della cosiddetta base. Il Tg3 ha mandato in onda in questi giorni le voci del popolo leghista, e non c’è da stare tranquilli: ci sono i delusi da Berlusconi, quelli che dicono basta col bunga bunga, ma ci sono anche tanti delusi da Bossi e dal gruppo dirigente: perché non ha portato a casa nulla, su federalismo, contrasto all’immigrazione, sicurezza, difesa degli interessi del nord. E cosa vorrebbe questo pezzo d’Italia che ormai va per conto suo? La secessione? Sparare sui barconi dei clandestini? Vedere Napoli sommersa dai rifiuti? Rimandare a casa gli insegnanti o i magistrati di origini meridionali?

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  • Domenica a Pontida non accadrà nulla, non ci sarà lo strappo fra Bossi e Berlusconi. Nulla succederà martedì alla Camera: il governo chiederà (e otterrà) la fiducia sul decreto sviluppo, e il giorno dopo Berlusconi riferirà sullo stato della maggioranza (avendone già certificato l’esistenza in vita). Nulla accadrà sul piano fiscale, nonostante le minacce e gli annunci: la riforma delle aliquote non si farà mai, non in questa legislatura, non in queste condizioni del bilancio pubblico, non con la Banca Centrale europea che ci chiede chiarezza e impegno sul risanamento dei conti pubblici (e una manovra da 40 miliardi da impostare per il 2013/14).

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  • La cosa che più colpisce nella vicenda referendaria è lo stato di abbandono in cui 3 leggi volute dal centrodestra sono state lasciate dai loro stessi promotori. E la totale assenza di una vera e seria linea politica di difesa: oscillando invece fra la posizione ufficiale di Pdl e Lega che annunciavano la libertà di coscienza (smentita da tanti Sì pronunciati dai suoi esponenti) e gli obliqui suggerimenti a non andare a votare perché il referendum “è inutile” (Berlusconi) o è “un imbroglio” (Bossi).

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  • Dopo aver dichiarato l’apertura delle ostilità con la Francia e in attesa di uscire dall’Unione europea che non ci capisce, oggi boicottiamo champagne e camembert. L’idea lanciata dal governatore del Veneto Zaia, piace anche a Bossi.

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