Diario politico

di Maurizio Ambrogi Caporedattore interni Tg3

  • La guerra è finita? Dopo anni di durissime contrapposizioni, fra Pdl e Pd sembra si stia riaprendo un dialogo sulle riforme istituzionali. Berlusconi lo dice addirittura apertamente, in una intervista a Libero, che sulla legge elettorale bisogna fare i conti anzitutto col Pd e che bisogna evitare una eccessiva dispersione del voto. Prefigurando una possibile intesa fra i due più grandi partiti in chiave di rafforzamento del bipolarismo, anzi del bipartitismo. Che questo scenario riesca a prendere corpo è da vedere, ma che la grande partita sulla riforma del sistema di voto sia cominciata e che sia assolutamente vitale per i due grandi partiti questo è evidente per almeno due motivi.

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  • Chi ha sconfitto Berlusconi? I giudici? L’opposizione? Le piazze? I referendum? La fronda interna? No: lo hanno sconfitto i mercati. Prima assediando il suo governo col micidiale aumento del famoso spread. Poi sferrando il colpo finale sui titoli delle aziende di famiglia. Bisogna partire da questo per capire qual è la posta in gioco nei prossimi mesi. Mentre Napolitano concedeva le dimissioni differite, mentre Berlusconi sperava di tirarla in lungo per portare il paese ad elezioni gestite da lui, mentre l’opposizione pensava alle possibili mosse per accelerare la crisi, i mercati hanno detto brutalmente Basta! ed hanno imposto una accelerazione imprevista agli eventi politici. Ed è chiaro che, in mancanza di una forte e chiara risposta politica, saranno ancora i mercati a decidere quale deve essere il destino del paese.

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  • Dimissioni annunciate, posticipate, differite, condizionate: in realtà dimissioni a orologeria. Perché Berlusconi lega il suo lungo addio alla fine della legislatura. Nella prassi istituzionale della seconda Repubblica è dunque entrata una nuova figura, alquanto anomala: le dimissioni a data da destinarsi (in questo caso, dopo l’approvazione della legge di stabilità). La quale data è sostanzialmente nelle mani del dimissionando: cioè del presidente del consiglio che non ha alcun interesse a sbrigarsi, perché prima fa, prima va a casa, e rischia di ritrovarsi un governo di emergenza. I mercati comunque non hanno gradito: dare una veste istituzionale all’incertezza permanente è davvero troppo. Come si fa a sopportare un paese che non fa quello che gli si chiede, promette e non mantiene, e anche quando decide l’atto politicamente più importante, le dimissioni del presidente del Consiglio, lo fa in modo condizionato?  Dice che non siamo peggio della Grecia: ma lì il governo di emergenza lo hanno fatto in tre giorni.

  • La lettera che ha consentito all’Italia di superare l’esame del vertice europeo di mercoledì è frutto di un faticoso compromesso, di una partita in cui ciascuno ha bluffato,  sfidato e poi ceduto all’avversario. Chiaro che Berlusconi non poteva evitare di prendere impegni precisi per garantire la famosa “crescita”, dopo due manovre sostanzialmente recessive. Chiaro che l’Europa si è dovuta accontentare, trattando e forzando fino all’ultimo, delle misure proposte dal governo italiano, benché mancassero interventi di una qualche incisività sulle pensioni, che pure lo stesso presidente del Consiglio aveva promesso la domenica precedente.

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  • “Preferisco Grilli, non foss’altro perché è di Milano”: con questa argomentazione territoriale, con questa curiosa patente di identità padana, Bossi prende posizione sulla nomina del governatore della Banca d’Italia, che fra un mese dovrà succedere a Draghi. Scelta che sta diventando sempre più un affare politico, nonostante gli avvertimenti che arrivano dal Quirinale a tenere la massima istituzione economica del paese al riparo dalle lotte interne della maggioranza. Spettacolo deprimente e preoccupante quello a cui invece si assiste invece da due giorni.

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  • Nessuno è pronto a staccare la spina: questo il senso del voto di oggi su Milanese, che non riguardava l’ex braccio destro di Tremonti, ma il futuro del governo. Infatti, la stessa maggioranza che aveva “condannato” Papa (per reati assai meno gravi) salva oggi Milanese. Niente arresti per il parlamentare, accusato fra l’altro di corruzione. Decisiva la Lega, che nel caso precedente aveva affondato l’imputato (Papa), per mandare un segnale al proprio elettorato in subbuglio. Troppo rischioso riprovarci ancora: e così la Lega secessionista si allinea a Berlusconi, abbassa i toni, frena l’intemperanza, ricompatta maroniani e bossiani.

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  • La fine dell’estate più terribile per la politica e per l’economia italiana ci lascia con un rebus politico che appare irrisolvibile. Un presidente del Consiglio oggettivamente indebolito e screditato, abbandonato da quasi tutti i “poteri” che lo avevano sostenuto, un governo che nessuno crede abbia la forza di andare avanti fino al 2013, e tuttavia nessuna soluzione alternativa realistica. Si parla di elezioni (ormai da più di un anno) di governo tecnico, di garanzia, di transizione (anche qui inutilmente ormai da un anno) sapendo che più Berlusconi viene circondato e colpito, e meno probabile che si faccia spontaneamente da parte. Un paradosso politico frutto di un sistema esausto e snervato incapace di produrre persino la sua salvezza.

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  • Verrebbe voglia di scappare, aveva detto Berlusconi ieri davanti alla platea dei giovani di Atreju. Chissà se pensava anche ai giudici di Napoli che indagano sul caso Tarantini. Sta di fatto che l’interrogatorio previsto per martedì prossimo salterà, per superiori impegni di governo: quel giorno Berlusconi sarà a Strasburgo, per un incontro col presidente della commissione Barroso sulla situazione economica dell’Italia e dell’euro. La bufera dei mercati continua dunque ad intrecciarsi con la personale bufera giudiziaria che investe il premier.

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  • Ci sono voluti 25 giorni per arrivare alla manovra (forse) definitiva. Quasi quattro settimane perse fra veti reciproci, correzioni e marce indietro che indebolivano via via un impianto iniziale già tutt’altro che convincente per i mercati. Come hanno spiegato al governo tutti i banchieri, economisti e operatori nel week end di Cernobbio. Come hanno dimostrato gli attacchi speculativi, bruciando in Borsa migliaia di miliardi degli investitori: e anche questo è un prezzo che tutti paghiamo per l’incertezza del governo.

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  • Non ho mai messo le mani nelle tasche degli italiani e non voglio cominciare proprio ora. Con questo argomento Berlusconi avrebbe provato a frenare l’ultima trovata di Calderoli: la patrimoniale sugli evasori. Patrimoniale: un nome che fa venire l’orticaria al Cavaliere e a molti nel Pdl, e di cui tuttavia si discute anche nel centrodestra. Perché in realtà, al di là delle dichiarazioni, la manovra bis fa cadere un tabù, quello delle tasse. E rovescia il più famoso slogan del berlusconismo: meno tasse per tutti.

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