Diario politico

di Maurizio Ambrogi Caporedattore interni Tg3

  • Si dice spesso che la politica a Palermo segue logiche diverse da quelle nazionali, a volte suggerendo o anticipando soluzioni o equilibri futuri. E certo nel caso delle primarie del centrosinistra sarebbe ingannevole giudicare quel che avvenuto con schemi nazionali: tipo, ha vinto chi voleva l’alleanza col terzo polo contro i fanatici dello schema di Vasto. Perché il vero messaggio che arriva da Palermo, come da Genova o da Napoli, è che nelle primarie è di fondamentale importanza la scelta dei candidati. Si potrebbe obiettare che le primarie servono proprio a questo, a selezionare democraticamente lo sfidante giusto che possa vincere poi le elezioni. E’ vero: e tuttavia il problema è come mai il partito egemone ha sempre maggiori difficoltà ad imporre le proprie scelte, e viene regolarmente spiazzato da outsider provenienti magari da partiti assai più piccoli.  

    Soprattutto quando le primarie sono di coalizione, capita infatti che a vincerle siano personaggi che non fanno parte del partito più forte, cioè del Pd: è successo a Napoli, Milano, Cagliari, di recente a Genova. Oppure non sono quelli su cui punta l’intera coalizione, come a Palermo. Nel capoluogo siciliano non è stato sconfitto solo Bersani:  stavolta a “sbagliare” sono stati anche Vendola e Di Pietro, che si sono spesi per la Borsellino.  Qualcuno dice che è stato sconfitto lo schema di Vasto: e sarà pure possibile, per quanto risulta difficile pensare che l’elettore palermitano si sia impegnato in un raffinato ragionamento di politica nazionale.

    La spiegazione forse è più semplice: l’elettore del Pd palermitano non voleva la Borsellino (candidata già perdente in Regione e senza particolari capacità amministrative, né radicamento, né forza propria, né legami col partito, rispetto al quale si è sempre considerata indipendente). E tanto non voleva la Borsellino da preferire l’assai meno conosciuto e giovanissimo Ferrandelli, con oltre 9mila voti, e di premiare con oltre 7mila voti il terzo candidato: il rottamatore Faraone. Insomma: su trentamila voti, due terzi sono andati “contro” la Borsellino. Caso simile a quello recente di Genova, dove l’elettore del Pd non voleva il sindaco uscente Vincenzi né la sfidante Pinotti.  Insomma: a volte perde il candidato del Pd contro quello di Sel, ma stavolta perde anche il candidato unitario di Pd-Sel-Idv, perché non è il candidato “giusto”: come si dice, in sintonia col territorio. In molti casi la sconfitta deriva anche dal fatto che i candidati del partito egemone sono più d’uno: perché ciò che è naturale nel caso di primarie di partito, diventa un elemento di confusione e debolezza nel caso di primarie di coalizione. Dopo di che vien da chiedersi: se si fanno le primarie, perché il partito (democratico) deve schierarsi ufficialmente per uno o l’altro candidato? E se si schiera per un candidato: come mai è così spesso quello perdente? E se pensa di schierarsi e non vuole perdere, perché non riesce a creare le condizioni per evitarlo?  Perché, insomma, non riesce ad evitare la frammentazione delle candidature, che indeboliscono l’eventuale front runner?  Domande cui rispondere se si vuole evitare che le primarie, da grande strumento di partecipazione democratica, si riducano piuttosto ad uno spietato meccanismo per la resa dei conti interna.

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