Diario politico

di Maurizio Ambrogi Caporedattore interni Tg3

  • Il naufragio della Costa Concordia, per mano del suo comandante fellone e pasticcione, ha suggerito a molti un paragone con l’altra navigazione in corso, assai più pericolosa, quella del governo guidato da un capitato ben altrimenti serio ed esperto. Due immagini dell’Italia al confronto, rigore e cialtroneria, serietà e arroganza, competenza e approssimazione. Al di là delle suggestioni, e restando alla politica pura, questi due mesi di governo dei tecnici (che tuttavia è pienamente politico) hanno già profondamente cambiato lo scenario e messo in un cono d’ombra i partiti, facendoli forse pentire di aver disdegnato un ingresso diretto nel governo. Insomma, chi nei partiti pensava al governo tecnico come una breve parentesi, una fase passeggera da guidare e condizionare, forse si sta già ricredendo. Questo governo, per diversi motivi, è destinato a cambiare profondamente il quadro politico. 

    Le misure: il governo ha attuato una manovra senza precedenti che, soprattutto sul capitolo pensioni, prefigura il più incisivo intervento mai messo in campo. Una manovra dura e che tuttavia ha elementi di maggiore equità rispetto al passato, persino con un abbozzo di patrimoniale. A chi lamentava una eccessiva timidezza su liberalizzazioni, lotta all’evasione, costi della politica o frequenze tv, il governo sta dimostrando in questa seconda fase un attivismo notevole. Fra poco rimarranno pochi argomenti a chi accusava il governo di essere frutto di un inciucio, succube dei poteri forti, troppo in continuità con la gestione precedente e lamentava una manovra ancora troppo squilibrata.

     La discontinuità: più passa il tempo più appare evidente la discontinuità non solo rispetto al governo Berlusconi, ma all’intero periodo della cosiddetta seconda Repubblica, quando le coalizioni – a destra come a sinistra – apparivano fortemente condizionate o addirittura paralizzate dai veti politici e dagli interessi organizzati. Il governo Monti sta attuando il “riformismo possibile”, senza curarsi troppo delle proteste: mettendo mano là dove i partiti non sono riusciti o non hanno voluto intervenire, nonostante le invocazioni liberali (a destra) o riformiste (a sinistra).

     I sondaggi: nonostante la severità dell’intervento, la reazione del paese oscilla più verso la rassegnazione che verso l’indignazione. I sondaggi continuano a premiare il governo, e i partiti che lo sostengono, con l’eccezione del Pdl, che evidentemente paga la responsabilità di aver portato il paese vicino al collasso. Insomma è come se l’opinione pubblica fosse ben avvertita e consapevole del fallimento del precedente governo e della natura quasi “obbligata” dei sacrifici imposti da quello in carica. Ma il dato più interessante è la crescita del numero di chi non esprime preferenze per i partiti: gli indecisi sono insomma tornati a salire, e questo è un segno di allarme massimo per i partiti che dovranno riprendere in mano il timone, prima o poi.

     L’antipolitica: si è discusso molto nelle scorse settimane del pericolo che il ricorso ai tecnici fosse una abdicazione della politica e addirittura un cedimento all’antipolitica. In effetti la popolarità dei partiti appare oggi a livelli bassi e la loro stessa funzione incerta. Non si nota un contributo all’elaborazione del programma di governo, e forse non sarebbe il loro compito in questa fase, ma non emerge nemmeno un significativa capacità di indirizzo o di pressione, se non un generico fiancheggiamento del disagio sociale. Del resto i difetti che hanno caratterizzato i partiti in questa lunga fase non potevano scomparire, semmai acuirsi, in assenza di una diretta responsabilità di gestione. Difetti di rappresentatività e di elaborazione che oggi appaiono ancor più evidenti. Il valore della politica si esprime comunque nel sostegno che i partiti garantiscono a Monti. Sostegno obbligato, nonostante i mal pancia: perché nessuno ha dimostrato di essere capace di fare quel lavoro e di sostenerlo politicamente.

    Il riformismo: le riforme sono possibili e soprattutto sono obbligate, nel senso che bisogna farle e non ci sono molte soluzioni diverse per farle. Il governo tecnico di fatto azzera o riduce su molti punti le distanze ideologiche fra destra e sinistra e costringe i partiti a confrontarsi sul reale conflitto degli interessi, mettendo in campo anche quelli dei non rappresentati (come ad esempio i giovani). La soluzione “tecnica” di un problema (soprattutto in una situazione di crisi e di ricostruzione) non è astratta o impolitica se è frutto di una mediazione vera di interessi in cui, al di là delle ideologie, tutto viene considerato nel giusto peso: diritti acquisiti e futuri, interessi di categoria e generali, interessi di chi è garantito e di chi non lo è, sostenibilità del sistema e peso per le nuove generazioni. Il caso delle pensioni dimostra che un sistema per essere sostenibile non poteva fare a meno di un serio aumento dell’età pensionabile, via obbligata che molti partiti e tutti i sindacati non volevano vedere e che alla fine tutti hanno dovuto accettare. Alla luce di questo la funzione dei partiti è destinata a cambiare, e alla luce di una permanente emergenza lo è ancor di più: nessuno potrà pensare di presentarsi alle prossime elezioni con programmi che non siano credibili e coerenti con quanto fatto dal governo tecnico, né promettere svolte impossibili.

     Il referendum: un altro terreno su cui si gioca la credibilità delle forze politiche è quello della legge elettorale. Dopo la bocciatura del referendum qualcuno può aver tirato un sospiro di sollievo, e subito Pdl e Lega hanno fatto quadrato attorno al Porcellum, ma sarebbe un errore grave pensare di poter arrivare alle elezioni con questo sistema elettorale senza pagare un prezzo altissimo forse anche in termini di voti. In questa legislatura sarà impossibile varare una riforma delle istituzioni, ma ė ben possibile trovare una intesa sulla riforma della legge elettorale. E’ un compito che non spetta al governo ma ai partiti: ed è  il terreno su cui dimostrare una capacità “di governo” e di visione politica.

     Le elezioni: è molto probabile che questo governo dei tecnici arrivi fino alla fine della legislatura. Per almeno due buone ragioni: la prima è che l’emergenza (meglio governata ma non scongiurata) non consente il ritorno ai vecchi giochi politici; la seconda è che chi lo facesse cadere pagherebbe un prezzo elettorale altissimo. Per questo motivo, e nonostante le diffidenze iniziali, i partiti che appoggiano il governo lo fanno sempre più apertamente, perfino accettando di costituire una “maggioranza”, che non solo sostiene, ma si consulta e si confronta. Maggioranza inedita, frutto dello stato di necessità, che nessuno avrebbe potuto immaginare prima. E se il governo Monti arriverà al 2013 il quadro politico e delle alleanze sarà destinato a cambiare radicalmente.

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