Diario politico

di Maurizio Ambrogi Caporedattore interni Tg3

  • E’ curiosa la diffidenza che in molti settori politici suscita il nuovo governo per i suoi presunti legami con i “poteri forti” (come se uscissimo da un’epoca di verginita’ in fatto di conflitti di interesse in capo a vari membri del passato governo, a cominciare dal suo presidente del Consiglio). Banche, multinazionali, occulte consorterie sarebbero in agguato per rendere – attraverso i tecnici – il nostro paese ancor meno indipendente di quanto lo ha reso l’incapacita’ dei politici. Anche questo a ben vedere e’ l’effetto dello scontro politico permanente di questi anni, che ci ha reso diffidenti e cinici al punto da non poter concepire che una persona professionalmente affermata in base ai suoi soli meriti possa esercitare un ruolo politico in modo serio e indipendente. Poiche’ la politica in questi anni ha condizionato tutto, comprese le cosiddette Authority indipendenti, non possiamo concepire che ci sia in giro qualcuno che svolge il suo compito con rigore e autonomia. Se e’ indipendente dei partiti, a qualcuno dovra’ pur rispondere: una massoneria, una confraternita, una cupola, una spectre.

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  • Il primo a parlare di “governo dei tecnici” fu Bruno Visentini, trent’anni fa, in una intervista al Corriere della sera. Dopo poche settimane sarebbe nato il primo governo guidato da un non democristiano, era Giovanni Spadolini. Cominciava la crisi di un partito, la Dc, e poi di un sistema, la prima repubblica. Si potrebbe dire che anche oggi, un governo dei tecnici segnala e accompagna la crisi del partito di maggioranza relativa. O meglio, visti i tempi assai diversi, non solo la crisi di un partito, ma quella del cosiddetto “berlusconismo” inteso come vicenda senza precedenti di un protagonismo personale che impone una torsione al sistema istituzionale e al costume politico.

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  • Chi ha sconfitto Berlusconi? I giudici? L’opposizione? Le piazze? I referendum? La fronda interna? No: lo hanno sconfitto i mercati. Prima assediando il suo governo col micidiale aumento del famoso spread. Poi sferrando il colpo finale sui titoli delle aziende di famiglia. Bisogna partire da questo per capire qual è la posta in gioco nei prossimi mesi. Mentre Napolitano concedeva le dimissioni differite, mentre Berlusconi sperava di tirarla in lungo per portare il paese ad elezioni gestite da lui, mentre l’opposizione pensava alle possibili mosse per accelerare la crisi, i mercati hanno detto brutalmente Basta! ed hanno imposto una accelerazione imprevista agli eventi politici. Ed è chiaro che, in mancanza di una forte e chiara risposta politica, saranno ancora i mercati a decidere quale deve essere il destino del paese.

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  • Dimissioni annunciate, posticipate, differite, condizionate: in realtà dimissioni a orologeria. Perché Berlusconi lega il suo lungo addio alla fine della legislatura. Nella prassi istituzionale della seconda Repubblica è dunque entrata una nuova figura, alquanto anomala: le dimissioni a data da destinarsi (in questo caso, dopo l’approvazione della legge di stabilità). La quale data è sostanzialmente nelle mani del dimissionando: cioè del presidente del consiglio che non ha alcun interesse a sbrigarsi, perché prima fa, prima va a casa, e rischia di ritrovarsi un governo di emergenza. I mercati comunque non hanno gradito: dare una veste istituzionale all’incertezza permanente è davvero troppo. Come si fa a sopportare un paese che non fa quello che gli si chiede, promette e non mantiene, e anche quando decide l’atto politicamente più importante, le dimissioni del presidente del Consiglio, lo fa in modo condizionato?  Dice che non siamo peggio della Grecia: ma lì il governo di emergenza lo hanno fatto in tre giorni.

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