Diario politico

di Maurizio Ambrogi Caporedattore interni Tg3

  • Lasciamo perdere il tifo: c’è chi si fida di Bersani, chi si innamora di Renzi. Se la logica è: ci serve un leader fico per vincere, la questione rischia di diventare estetica, invece che politica. Lo scontro a distanza fra il rottamatore e il segretario, al netto della polemica “di facciata” sul ricambio generazionale, segnala il problema vero del Pd, anche in vista di una prossima campagna elettorale: l’amalgama non è riuscito, c’è un’area moderata che non si sente rappresentata e si prende il suo spazio di forza, lo schema di Vasto non piace a molti nel Pd e non attrae voti fuori del Pd. Renzi può risultare antipatico e arrogante (per i modi più che per la sostanza), ma la sua “ribellione” se non viene trattata e punita come un’eresia, può risultare molto utile a disegnare un volto più articolato e dunque attraente nell’offerta politica del centrosinistra.

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  • La lettera che ha consentito all’Italia di superare l’esame del vertice europeo di mercoledì è frutto di un faticoso compromesso, di una partita in cui ciascuno ha bluffato,  sfidato e poi ceduto all’avversario. Chiaro che Berlusconi non poteva evitare di prendere impegni precisi per garantire la famosa “crescita”, dopo due manovre sostanzialmente recessive. Chiaro che l’Europa si è dovuta accontentare, trattando e forzando fino all’ultimo, delle misure proposte dal governo italiano, benché mancassero interventi di una qualche incisività sulle pensioni, che pure lo stesso presidente del Consiglio aveva promesso la domenica precedente.

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  • Il principale e più chiaro messaggio uscito dal conclave delle associazioni cattoliche che si è svolto a Todi lunedì scorso è che il tempo del berlusconismo è finito, e bisogna aprire una stagione nuova. Anche le associazioni (e i sindacati) che fino a ieri avevano scommesso sul governo, oggi si ritraggono, prendono atto che una fase è conclusa e che restare a puntellare un regime morente è un errore politico. Su cosa fare da oggi in poi le visioni restano diverse, infinite le sfumature.

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  • Cerimonia ufficiale oggi a Francoforte per lo scambio di consegne fra il presidente uscente della Bce Trichet (francese) e quello entrante Draghi (italiano). Presenti la Merkel (tedesca), padrona di casa, e il presidente francese Sarkozy: arrivato in tutta fretta – nonostante il ricovero in clinica della moglie Carla (italiana) per il parto presidenziale. A margine della cerimonia, si discute infatti del delicato e decisivo Consiglio europeo di domenica prossima. Presenti anche la Lagarde (francese, presidente del Fmi), i vertici della Ue e i ministri delle Finanze di Francia e Germania. In questo quadro, spicca l’assenza del presidente italiano Berlusconi, padrino in teoria del nuovo Presidente della Bce Draghi (italiano): forse troppo impegnato a Roma a scegliere il prossimo Governatore, forse ormai assuefatto (nonostante le proteste di Frattini) alla logica del direttorio franco-tedesco.

  • Nel giugno scorso i referendum sono stati vinti con una partecipazione straordinaria: il famoso quorum da anni irraggiungibile, è stato superato contro ogni timore e previsione. Il vento è cambiato, si diceva allora (ma sono appena tre mesi fa), ricordando anche i risultati delle amministrative di maggio, con le vittorie inattese dei candidati di Milano, Napoli o Cagliari, o le conferme di Torino e Bologna.

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