Diario politico

di Maurizio Ambrogi Caporedattore interni Tg3

  • Ogni volta che Pannella annuncia uno sciopero della fame, la prima reazione di tutti oscilla fra indifferenza e fastidio. Il solito Pannella, eccheppalle, e chi se ne importa, e perché deve imporre le sue manie col solito ricatto del corpo sofferente. Dopo un po’ qualcosa si muove: le sue condizioni peggiorano, c’è il ricovero, occuparsene diventa inevitabile.

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  • Quando scoppiò lo scandalo P2, nel lontano 1981, apparve subito chiaro che la lista degli adepti della loggia costituiva una sorta di rete di potere essenzialmente politico-burocratico, coltivata all’ombra del partito di maggioranza relativa (allora la Dc), capace di condizionare le scelte e le carriere politiche (e militari), ma determinata anche a scendere in campo qualora se ne creassero le condizioni o la necessità, con un preciso piano di “rinascita” politico e  istituzionale.

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  • In tanti si augurano che la Lega torni ad essere un partito più di lotta che di governo. Non mi pare una prospettiva molto rassicurante, a sentire gli umori veri della cosiddetta base. Il Tg3 ha mandato in onda in questi giorni le voci del popolo leghista, e non c’è da stare tranquilli: ci sono i delusi da Berlusconi, quelli che dicono basta col bunga bunga, ma ci sono anche tanti delusi da Bossi e dal gruppo dirigente: perché non ha portato a casa nulla, su federalismo, contrasto all’immigrazione, sicurezza, difesa degli interessi del nord. E cosa vorrebbe questo pezzo d’Italia che ormai va per conto suo? La secessione? Sparare sui barconi dei clandestini? Vedere Napoli sommersa dai rifiuti? Rimandare a casa gli insegnanti o i magistrati di origini meridionali?

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  • “Due italiani nel board della Banca centrale europea sono troppi”. Parole di Sarkozy. Politicamente comprensibili, molto sgradevoli da sentire. La sollecitazione del presidente francese a Bini Smaghi perché lasci il suo posto nel Consiglio della Bce, in cambio del via libera francese alla nomina di Draghi al vertice della stessa banca, ha pochi precedenti, è irrituale e istituzionalmente scorretto (perché nessuno può “imporre” le dimissioni al membro di un organismo indipendente), ma è anche il frutto del solito pasticcio italiano.

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  • Domenica a Pontida non accadrà nulla, non ci sarà lo strappo fra Bossi e Berlusconi. Nulla succederà martedì alla Camera: il governo chiederà (e otterrà) la fiducia sul decreto sviluppo, e il giorno dopo Berlusconi riferirà sullo stato della maggioranza (avendone già certificato l’esistenza in vita). Nulla accadrà sul piano fiscale, nonostante le minacce e gli annunci: la riforma delle aliquote non si farà mai, non in questa legislatura, non in queste condizioni del bilancio pubblico, non con la Banca Centrale europea che ci chiede chiarezza e impegno sul risanamento dei conti pubblici (e una manovra da 40 miliardi da impostare per il 2013/14).

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  • La cosa che più colpisce nella vicenda referendaria è lo stato di abbandono in cui 3 leggi volute dal centrodestra sono state lasciate dai loro stessi promotori. E la totale assenza di una vera e seria linea politica di difesa: oscillando invece fra la posizione ufficiale di Pdl e Lega che annunciavano la libertà di coscienza (smentita da tanti Sì pronunciati dai suoi esponenti) e gli obliqui suggerimenti a non andare a votare perché il referendum “è inutile” (Berlusconi) o è “un imbroglio” (Bossi).

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  • Ora anche il centrodestra pare tentato di ricorrere alle primarie. Ferrara le ha lanciate, Alfano appare entusiasta della trovata, Berlusconi non le esclude, anche se lascia filtrare dubbi condivisi da molti nel Pdl: c’è il rischio di infiltrazioni “comuniste”, dice il presidente del Consiglio, mentre altri, come Scajola, fanno chiaramente intendere che lo strumento non è adatto al partito. E del resto come dargli torto? In un partito cesaristico a cosa servono le primarie? Se venissero usate, come propone Ferrara, per rilegittimare il Capo Supremo, sarebbero primarie finte: avrebbero proprio quel difetto tante volte rimproverato al centrosinistra, che le usò per incoronare prima Prodi, poi Veltroni, in una gara senza veri avversari. Se fossero senza Berlusconi, per il Pdl si tratterebbe di una vera e propria “rivoluzione culturale”, con esiti imprevedibili (e infatti da molti temuti nel partito).

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